Chi costruirà la pace di domani - rete donne della diaspora

Chi costruirà la pace di domani?

Oltre la fine delle guerre: la pace come pratica quotidiana di convivenza

Quando pensiamo alla pace, spesso pensiamo alla fine di una guerra.

A un accordo firmato, a un cessate il fuoco, a una stretta di mano tra rappresentanti di Paesi che fino a poco prima si guardavano come nemici.

È comprensibile.

Ma forse la pace comincia molto prima.

E continua molto dopo.

Perché far cessare una guerra non significa necessariamente aver costruito la pace.

La pace comincia quando diventa possibile tornare a vivere insieme.

E vivere insieme è molto più difficile che smettere di spararsi.

Significa ricostruire fiducia, riconoscere le ferite, imparare a stare dentro differenze che non scompaiono semplicemente perché le armi tacciono.

Significa accettare che il conflitto faccia parte della convivenza senza trasformarlo automaticamente in una guerra.

La pace non è l'assenza del conflitto

Forse abbiamo bisogno di liberare la parola pace da un equivoco.

La pace non è una società senza conflitti.

Una società senza conflitti probabilmente non esiste.

Esistono differenze, interessi diversi, memorie diverse, idee diverse di giustizia. Esistono persone che hanno bisogno di essere ascoltate e altre che devono imparare ad ascoltare.

La questione è cosa facciamo di tutto questo.

Possiamo trasformare la differenza in una minaccia.

Oppure possiamo costruire uno spazio nel quale stare, anche quando non siamo d'accordo.

È qui che la pace diventa una pratica.

E le pratiche, a differenza delle dichiarazioni, richiedono tempo.

La fatica delle relazioni

fatica relazioni - rete donne delle diaspore

Costruire la pace è faticoso.

Richiede di restare quando sarebbe più semplice andarsene.

Richiede di ascoltare anche quando non ci piace quello che sentiamo.

Richiede di rinunciare, qualche volta, alla soddisfazione di avere l'ultima parola.

È una fatica poco spettacolare.

Non produce immagini da prima pagina.

Eppure è fatta della stessa materia delle grandi trasformazioni: persone che decidono di non considerare l'altro un nemico irrimediabile.

Il conflitto, in questo senso, non è necessariamente una rottura.

Può essere anche il luogo nel quale una relazione si misura con la differenza.

Ma attraversarlo richiede fatica.

Richiede manutenzione.

Le relazioni, come i ponti, non si costruiscono una volta per tutte. Hanno bisogno di essere curate, riparate, attraversate di nuovo quando qualcosa si rompe.

La convivenza non è un'opera compiuta.

È un lavoro quotidiano.

A volte significa fare un passo indietro. Altre volte trovare parole nuove. Altre ancora restare dentro una discussione senza trasformarla in una guerra.

È una fatica che raramente vediamo, proprio perché quando funziona non fa notizia.

Eppure è lì che la pace prende forma.

Stare sul ponte

È qui che il pensiero di Alexander Langer continua a parlarci.

Langer aveva scelto una parola semplice e difficile: ponti.

Il ponte non cancella le differenze tra le due sponde.

Le collega.

Chi costruisce un ponte accetta di stare in mezzo.

Non appartiene completamente a una riva e nemmeno all'altra.

È esposto.

Deve conoscere entrambe.

Deve attraversare la distanza.

E forse proprio per questo il ponte è una buona immagine della pace.

Perché la pace non chiede necessariamente di pensarla allo stesso modo.

Chiede di trovare un modo per non smettere di parlarsi.

Non è una posizione comoda.

È una scelta.

E un ponte, una volta costruito, non è finito per sempre.

Va attraversato, curato, mantenuto.

Anche la pace ha bisogno della stessa attenzione.

Chi costruirà la pace di domani?

chi costruirà pace - rete donne diaspore

Forse questa è la domanda che dovremmo porci.

Chi costruirà la pace di domani?

Aspettiamo che siano le istituzioni, i governi, i grandi negoziatori?

Certamente avranno una responsabilità enorme.

Ma la pace non può essere delegata completamente a chi siede ai tavoli internazionali.

Perché ogni guerra comincia molto prima delle armi.

E anche la pace comincia molto prima degli accordi.

Comincia nel modo in cui guardiamo chi è diverso da noi.

Nel modo in cui parliamo di chi non conosciamo.

Nella capacità di non trasformare ogni divergenza in una contrapposizione.

Nella possibilità di costruire luoghi nei quali le persone possano incontrarsi senza dover prima dimostrare di appartenere alla stessa parte.

La pace che ci riguarda

Forse la pace di domani non sarà costruita da una sola generazione, da un solo Paese o da una sola idea.

Sarà costruita da tante persone che, in luoghi diversi, proveranno a fare una cosa apparentemente piccola: mantenere aperta una relazione.

Anche quando è difficile.

Anche quando costa fatica.

Anche quando sarebbe più semplice scegliere una parte e chiudere il ponte.

Perché la pace non è soltanto il momento in cui le armi tacciono.

È il lavoro quotidiano che rende possibile tornare a vivere insieme.

E allora, alla domanda da cui siamo partiti — chi costruirà la pace di domani? — forse possiamo rispondere senza cercare un nome solo.

La costruiranno coloro che oggi scelgono di non interrompere il dialogo.

Coloro che continuano a costruire ponti.

Coloro che accettano la fatica di stare nelle relazioni, di ripararle quando si incrinano, di mantenerle vive quando sarebbe più facile lasciarle andare.

Perché la pace di domani non comincia domani.

Comincia da come scegliamo di stare insieme oggi.

Seleziona la tua lingua