Caffe a napoli tra femministe - rete donne diaspore

Un caffè con le femministe

Conversazioni immaginarie sul potere, sull'empowerment e sulle donne che ancora non abbiamo imparato ad ascoltare.

Ma siamo proprio sicure che l'empowerment sia sempre una buona notizia?

Immaginiamo una mattina qualsiasi.

Napoli.

Un bar qualunque, di quelli in cui il caffè arriva veloce, le sedie non sono mai esattamente dove dovrebbero essere e qualcuno, già alle nove, sta discutendo animatamente di qualcosa che non sappiamo.

Diciamo Napoli, perché certe conversazioni hanno bisogno di un buon caffè.

A un tavolo siedono alcune donne.

Non statue. Non icone.

Donne.

Carla Lonzi, Audre Lorde, bell hooks, Angela Davis, Michela Murgia, Marjane Satrapi.

Sì, lo sappiamo: non potrebbero essere lì tutte insieme.

È proprio questo il bello.

Per una mattina sospendiamo il calendario, la geografia e un po' anche la ragionevolezza.

Non vogliamo costruire il solito pantheon delle citazioni.

Vogliamo farle dialogare.

Come succede nelle famiglie quando le donne di generazioni diverse si ritrovano intorno a un tavolo e, prima o poi, cominciano a parlare delle nuove donne della famiglia.

«Ai nostri tempi…»

«Sì, però oggi…»

«No, aspettate. Questa cosa non l'avete capita.»

E probabilmente non sarebbero d'accordo su molte cose.

Meglio così.

Qualcuna prende il caffè senza zucchero.

Qualcuna ha già iniziato a discutere.

Qualcuna ascolta.

Poi arriva la domanda.

«Ma siamo proprio sicure che l'empowerment sia sempre una buona notizia?»

Silenzio.

Perché empowerment è una parola che ci piace.

Parla di autonomia, consapevolezza, capacità, libertà, accesso.

Tutto bellissimo.

Ma accesso a cosa?

E soprattutto: a quale forma di potere?

Ci hanno insegnato che una donna emancipata è quella che arriva.

Che conquista.

Che entra.

Che occupa.

Che finalmente siede al tavolo.

E certo: arrivare conta.

Ma forse non basta.

Perché una volta entrata nella stanza, quella donna potrebbe scoprire di avere un problema molto particolare.

Comincia a chiedersi se merita davvero di essere lì.

Eccola.

La sindrome dell'impostore.

Un nome quasi elegante per una sensazione che molte donne conoscono fin troppo bene.

Ma torniamo alla stanza.

Perché forse il problema non è soltanto chi riesce a entrarci.

A un certo punto, una donna che fino a quel momento aveva ascoltato potrebbe dire:

«Scusate, ma posso farvi una domanda?

Voi state parlando di come portare più donne nella stanza.

Ma avete guardato chi costruisce la stanza?»

caffè con le femministe - rete donne diaspora

Ed eccoci al punto.

La stanza non è soltanto una stanza.

È un'istituzione.

È un consiglio di amministrazione.

È un partito.

È un'università.

È una redazione.

È una città.

È una rete di relazioni, regole, linguaggi e gerarchie che decide chi può parlare, chi viene ascoltato, chi viene creduto, chi viene promosso, chi viene invitato.

La porta, allora, non è soltanto una porta.

È il tempo che hai.

Le relazioni.

Il luogo in cui sei nata.

La possibilità di spostarti.

La possibilità di essere considerata competente prima ancora di averlo dimostrato tre volte.

Perché anche il tempo necessario per leggere, studiare, formarsi, partecipare, incontrare altre persone, visitare un museo o semplicemente esserci, ha bisogno di condizioni concrete che lo rendano possibile.

E allora forse la domanda non è soltanto:

«Come facciamo a far entrare più donne?»

Ma:

«Chi ha deciso come doveva essere fatta quella stanza?»

E ancora:

«Chi ha deciso che quella fosse la stanza in cui dovevamo desiderare di entrare?»

Non esiste una donna astratta

Qui l'intersezionalità smette di essere una parola da convegno.

Diventa uno sguardo attento e riflessivo.

Perché non esiste una donna astratta.

Esistono donne attraversate da storie, condizioni, esperienze e posizioni diverse.

E quelle differenze non stanno fuori dalla stanza.

Entrano con noi.

A volte aprono porte.

A volte le chiudono.

A volte fanno sì che una stessa parola pronunciata da una donna venga considerata autorevole e pronunciata da un'altra venga considerata aggressiva.

A volte una donna viene invitata a parlare.

Un'altra viene invitata a raccontare la propria esperienza.

Sembrano la stessa cosa.

Non lo sono.

La stanza e chi la costruisce

Ed è qui che una genealogia femminista non occidentale diventa indispensabile.

Perché ci ricorda che il femminismo non nasce soltanto nelle università, nei libri e nei grandi discorsi.

Nasce nei luoghi di lavoro, nelle case, nei quartieri, nelle lotte collettive.

Tra donne che non stavano aspettando di essere invitate nella stanza.

La stanza non è sempre già esistita.

Qualcuna l'ha costruita.

E qualcun'altra, prima ancora, ha dovuto convincere il mondo che quelle donne avevano diritto a entrarci.

Le donne che non erano nella fotografia

E poi ci sono state loro, spesso fuori dalla fotografia: le casalinghe. Sì, proprio loro.

Quelle che magari non hanno mai pronunciato una parola d'ordine, non hanno occupato una cattedra, non sono finite in una fotografia.

Ma hanno tenuto insieme pezzi di vita mentre le altre potevano uscire di casa, studiare, lavorare, riunirsi, organizzarsi.

Hanno cresciuto figli, tenuto i figli delle altre, preparato cene e fatto economia per permettere le trasferte delle altre.

Hanno ascoltato.

Hanno aspettato.

E anche questo è stato lavoro politico, anche quando nessuno lo chiamava così.

Senza quel lavoro invisibile, molta della partecipazione che oggi raccontiamo non sarebbe stata possibile.

Forse è tempo di allargare anche il nostro pantheon.

Perché alcune donne hanno costruito la stanza.

Altre hanno fatto in modo che le altre potessero arrivarci.

E poi arrivano le pick me

A questo punto qualcuno potrebbe dire: bene, allora la pick me girl è semplicemente la donna del patriarcato.

Sì.

E no.

È una mezza verità.

Perché quella donna, spesso, ha lavorato sodo per rientrare nelle grazie del patriarcato.

Ha imparato le regole.

Ha capito cosa viene premiato.

Ha capito come diventare l'eccezione rassicurante.

Non necessariamente vuole cambiare la stanza.

Vuole essere la donna che quella stanza è disposta ad accettare.

E questa è una differenza enorme.

Perché ci ricorda che il patriarcato non funziona soltanto perché gli uomini comandano.

Funziona anche perché alcune delle sue regole diventano desiderabili, convenienti, persino gratificanti.

Non serve condannare la donna.

Serve capire il sistema di ricompense che le ha insegnato a giocare quella partita.

Entrano le ragazze

La porta del bar si apre.

Arriva una ragazza.

Poi un'altra.

Non hanno il portamento delle nostre femministe storiche.

Hanno telefoni in mano.

Una campagna già aperta sullo schermo.

Un video da pubblicare.

Una petizione.

Un hashtag.

Una protesta organizzata attraverso Instagram.

E improvvisamente ci accorgiamo che la stanza è cambiata.

Questa è la generazione Z.

Il loro femminismo non ha un unico centro.

Non vive soltanto nei libri, nelle università, nei partiti o nelle organizzazioni tradizionali.

Corre online.

Passa attraverso i social media.

Si organizza intorno al clima, ai diritti civili, all'equità di genere, alla giustizia razziale e sociale.

È intersezionale.

È digitale.

È globale.

E spesso è molto più veloce di noi.

Tra loro c'è Amika George, che ha contribuito a portare la period poverty nello spazio pubblico e politico, trasformando una questione a lungo trattata come privata e imbarazzante in una questione di disuguaglianza, accesso e diritti.

E poi arriva lei.

Cappottino giallo.

Cerchietto tra le treccine rosse.

Sguardo deciso.

Amanda Gorman.

Non serve nemmeno presentarla.

Si siede.

Ascolta.

E sembra avere già capito che prima o poi toccherà a lei parlare.

Le ragazze della Gen Z ci stanno mostrando qualcosa che vale la pena osservare senza paternalismi.

Hanno cambiato gli strumenti.

Non necessariamente le domande.

Vogliono ancora giustizia.

Ancora libertà.

Ancora diritti.

Ancora possibilità.

Ma hanno costruito nuove forme per far circolare le loro parole.

Un telefono può diventare una piazza.

Un video può diventare una campagna.

Un'immagine può diventare una presa di posizione.

Un racconto personale può diventare una questione politica.

E sì, a volte i social producono superficialità, semplificazioni, guerre di posizione e una quantità industriale di opinioni non richieste.

Benvenute nel mondo.

Anche le nostre generazioni non erano esattamente immuni.

La differenza è che loro hanno trasformato quel rumore in uno degli strumenti della loro mobilitazione.

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E forse è proprio qui che dovremmo smettere per un momento di dire:

«Ai nostri tempi…»

e ascoltare.

Perché ogni generazione femminista eredita qualcosa.

E qualcosa la inventa.

Nessuna arriva da sola

Forse è questo che l'empowerment, da solo, non riesce a raccontare.

Una donna può arrivare al vertice.

Può conquistare un ruolo.

Può diventare visibile.

Può avere una voce.

Ma il punto non è soltanto quanto in alto arriva.

È cosa fa una volta arrivata.

Chi nomina.

Chi ascolta.

Chi fa crescere.

Chi porta con sé.

Chi lascia entrare.

E soprattutto: se arriviamo in cima e lasciamo intatta la scala, abbiamo davvero cambiato qualcosa?

Forse il femminismo non è una gara per occupare la sedia migliore.

Forse è il tentativo, continuamente incompiuto, di capire perché ci sia una sola sedia.

E di decidere cosa farne.

Il nostro tavolo, intanto, continua a parlare.

Non sappiamo esattamente cosa direbbero quelle donne. Possiamo solo immaginare il loro confronto, partendo dalle domande che le loro opere, le loro lotte e le loro vite hanno lasciato aperte.

Carla Lonzi.

Audre Lorde.

bell hooks.

Angela Davis.

Michela Murgia.

Marjane Satrapi.

E, poco più in là, le ragazze che sono appena arrivate.

Non un pantheon.

Una conversazione.

Perché il femminismo non è un catechismo.

Non abbiamo bisogno di trovare una frase definitiva.

Abbiamo bisogno di continuare a far dialogare esperienze, conflitti, generazioni e luoghi diversi.

Ed è anche per questo che le reti di donne diasporiche hanno qualcosa da dire.

Non perché rappresentino tutte le donne.

Ma perché ricordano che nessuna donna arriva mai in una stanza da sola.

Porta con sé una storia.

Una lingua.

Una memoria.

Una migrazione.

Un lavoro.

Una perdita.

Una possibilità.

E magari anche il nome di qualcun'altra.

Qualche tempo fa, in una stanza, eravamo una quindicina di donne.

A un certo punto ci siamo guardate e abbiamo sorriso davanti alla varietà delle nostre vite.

Donne con percorsi diversi, relazioni diverse, identità diverse, scelte diverse.

Eppure lì.

Insieme.

Non uguali.

Non intercambiabili.

In relazione.

Forse è proprio questa la cosa che continuiamo a imparare.

Non abbiamo bisogno di essere tutte uguali per stare dalla stessa parte.

Abbiamo bisogno di sapere chi non è ancora nella stanza.

E di accorgerci, quando finalmente arriva, che forse non vuole soltanto una sedia.

Forse vuole cambiare il tavolo.

Forse vuole aprire una finestra.

Forse vuole costruire un'altra stanza.

O forse vuole semplicemente dirci:

«Bene. Adesso parliamo di chi non c'è.»

Il caffè è finito.

Qualcuna guarda l'orologio.

Qualcuna paga.

Qualcuna resta ancora cinque minuti.

E fuori, Napoli continua a fare quello che fanno le città: muoversi, cambiare, contraddirsi.

Noi ci alziamo.

La sedia resta.

Ma non è più vuota.

Perché abbiamo finalmente capito che il punto non è riempire tutte le sedie.

È decidere insieme chi costruisce la stanza.

E forse, ai giorni nostri, il femminismo corre proprio così: da chi ha costruito la stanza a chi continua a cambiarla.

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