ScomodƏ: il diritto di stare qui
Ci sono parole che arrivano addosso come slogan. E poi ce ne sono altre che, appena le leggi, ti costringono a fermarti.
ScomodƏ, il tema dell'Umbria Pride 2026, appartiene alla seconda categoria.
Non parla solo di identità LGBTQIA+. Parla di corpi, linguaggi e presenze che non si adattano facilmente agli spazi già preparati. Parla di ciò che interrompe l'abitudine e ci invita a ripensare le regole implicite del vivere insieme.
Per questo, leggendo quella parola, il pensiero torna inevitabilmente a Stonewall.
Nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, a New York, persone che per troppo tempo erano state considerate fuori posto decisero di non arretrare più. Persone LGBTQIA+, persone trans, drag queen, persone razzializzate, persone povere. Soggettività diverse, accomunate dall'essere considerate indesiderate, marginali o invisibili.
Stonewall non è soltanto un evento storico. È una domanda che continua ad attraversare il presente:
Chi ha il diritto di stare qui senza dover continuamente spiegare perché?
Non perché le esperienze siano uguali, ma perché esiste un punto di contatto tra molte storie di esclusione. La storia delle diaspore conosce bene questa sensazione. Conosce cosa significa vivere tra più lingue, più appartenenze e più immaginari. Conosce cosa significa attraversare mondi diversi, cercando ogni giorno un equilibrio tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano da noi.
ScomodƏ può essere anche questo: imparare a riconoscere ciò che diamo per scontato e ciò che, invece, continuiamo a percepire come eccezione. Dentro questa riflessione c'è anche un altro nodo, più delicato. Le persone LGBTQIA+ delle diaspore vivono spesso una doppia esposizione: da un lato il peso delle discriminazioni legate all'orientamento sessuale o all'identità di genere, dall'altro quello legato alla provenienza, all'accento, al colore della pelle, alla cittadinanza o alla posizione sociale.
A volte queste forme di esclusione si sommano in modo evidente. Altre volte si manifestano in maniera più sottile: nei servizi, nelle istituzioni, nelle difficoltà di accesso, nelle parole non dette. Riconoscerlo non significa mettere in competizione le sofferenze. Significa comprendere che le vite reali non entrano mai in una sola categoria.
Anche le comunità diasporiche, naturalmente, non sono immuni dai pregiudizi. Come tutte le comunità umane, portano con sé tradizioni, convinzioni, percorsi di fede, paure e contraddizioni. E proprio per questo il dialogo sui diritti LGBTQIA+ non è sempre lineare.
Molte persone hanno dovuto rimettere in discussione idee ricevute, modelli culturali appresi nell'infanzia e convinzioni maturate all'interno delle proprie famiglie, comunità e percorsi di fede.
Non per rinnegare la propria storia.
Ma per guardarla con occhi nuovi.
Per riconoscere che la dignità delle persone viene prima delle categorie con cui siamo cresciuti.
Forse è anche questo il senso più profondo di ScomodƏ: non la celebrazione della distanza, ma il coraggio di attraversarla.
E allora Stonewall continua a parlarci non solo come memoria del movimento LGBTQIA+, ma come simbolo di tutte le presenze che hanno dovuto conquistarsi il diritto di essere visibili senza chiedere permesso.
Ci hanno insegnato a sentirci fuori posto.
Abbiamo imparato a farci casa.