Le donne della Repubblica non ancora nominate. Un ritratto dell'Italia di oggi, a 80 anni dalla Repubblica
La mostra ANSA "Le donne della Repubblica" racconta ottant’anni di storia italiana attraverso immagini e figure femminili che hanno segnato la vita politica, istituzionale, culturale e sociale del Paese.
È un racconto importante. Ma ogni racconto, per sua natura, è anche una scelta.
Questo articolo non nasce per correggere quella mostra, né per compilare un elenco alternativo. Nasce piuttosto da una domanda: quale volto ha l'Italia di oggi, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica?
Come ricorda da anni il movimento della Rete, visibilizzare è già una forma di trasformazione. Per questo alcune figure presenti anche nella mostra, come Paola Egonu e Josefa Idem, trovano spazio anche in queste pagine. Non per ripetere un elenco, ma per ribadire un principio semplice: ciò che viene nominato entra nella memoria collettiva; ciò che resta senza nome rischia più facilmente di scomparire dal racconto pubblico.
Nel linguaggio italiano si usano spesso espressioni come “nuovi italiani” o “seconde generazioni”. Eppure molte delle persone che vengono descritte in questo modo sono nate qui, cresciute qui o hanno costruito qui la propria vita professionale e civile. Per questo sempre più spesso si parla di persone con background migratorio: non un’identità, ma una storia.
Guardare a queste donne significa osservare una parte dell’Italia contemporanea che esiste già, ma che non sempre compare quando il Paese racconta se stesso.
Nelle istituzioni, figure come Cécile Kyenge hanno segnato un passaggio importante nella storia repubblicana. Medico, ministra ed europarlamentare, Kyenge ha rappresentato una presenza piena nelle istituzioni italiane ed europee.
Prima di lei, Dacia Valent è stata la prima donna nera eletta al Parlamento europeo per l’Italia, una figura oggi poco ricordata ma significativa nella storia della rappresentanza politica.
Più recentemente, Marwa Mahmoud racconta una generazione che non sta entrando nella cittadinanza: la esercita già, ogni giorno, attraverso il proprio impegno pubblico.
Anche nello sport si legge una parte della trasformazione del Paese. Paola Egonu è una delle atlete italiane più conosciute al mondo e una delle immagini più forti dell’Italia contemporanea. Sara Gama ha contribuito a ridefinire la leadership nello sport femminile, mentre Zeinab Dosso rappresenta una nuova generazione dell’atletica italiana. Josefa Idem racconta invece una storia di appartenenza costruita attraverso lo sport e il servizio pubblico.
Ci sono poi donne che hanno modificato l’immaginario collettivo. Denny Méndez non fu soltanto una vincitrice di concorso: fu uno dei momenti in cui il Paese si interrogò su chi potesse rappresentare l’idea stessa di italianità.
Altre hanno contribuito a trasformare il modo in cui l’Italia racconta se stessa attraverso la cultura. Igiaba Scego lavora da anni sulla memoria coloniale e sulle identità multiple. Accanto a lei, Espérance Hakuzwimana, Djarah Kan e Kaha Mohamed Aden stanno ampliando il panorama della letteratura italiana contemporanea, portando al centro esperienze che per molto tempo sono rimaste ai margini.
La stessa trasformazione attraversa il mondo della creatività. Stella Jean ha costruito una delle esperienze più originali della moda italiana contemporanea, unendo sartorialità e multiculturalismo. Amina Muaddi rappresenta una generazione creativa globale, capace di muoversi tra Italia e mondo senza contraddizioni di appartenenza.
Nella musica, Mariam Battistelli porta il talento italiano nel panorama internazionale della lirica, ricordando che l’eccellenza culturale assume forme molteplici.
Nell’alta cucina, Victoire Gouloubi contribuisce a ridefinire il volto di un settore centrale nell’identità culturale italiana.
Queste donne non sono fuori dalla Repubblica
Sono dentro.
Sono nelle istituzioni, nello sport, nella cultura, nella moda, nella musica, nell’impresa creativa.
Sono parte del presente italiano.
Forse il punto non è aggiungere nuovi nomi a una lista già esistente.
Forse il punto è allargare lo sguardo.
Perché, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, raccontare queste donne significa semplicemente osservare la realtà per quello che è.
Guardare come è fatta l’Italia di oggi.