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Io sono pacifista

Il pacificatore non è chi resta a guardare, ma chi si mette al lavoro.

Partire da zero può sembrare facile. Più difficile è riparare ciò che la guerra, i conflitti, la povertà e le discriminazioni hanno spezzato. Perché le fratture non lasciano soltanto macerie: interrompono legami, producono disuguaglianze, alimentano diffidenze che attraversano le generazioni.

Alexander Langer lo aveva compreso: la convivenza non nasce da una dichiarazione di buone intenzioni. È una pratica da imparare, una responsabilità da assumere, un lavoro che richiede di attraversare le differenze senza cancellarle e di affrontare i conflitti senza trasformarli in distruzione. Il suo pensiero, radicato nell'ecopacifismo e nella pedagogia interculturale, ci invita a leggere la complessità del mondo e, allo stesso tempo, a intervenire nella realtà.

Parola e pratica,

pensiero e azione,

non l'una senza l'altra.

Le radici custodiscono storie, memorie e appartenenze. Il rizoma suggerisce connessioni che si sviluppano in più direzioni, senza un unico centro. Sono immagini che ci aiutano a pensare una convivenza nella quale non sia necessario rinunciare alle proprie radici per costruire relazioni nuove. Una convivenza capace di riconoscere le differenze e di interrogare le disuguaglianze che impediscono a tutte e tutti di partecipare.

Con Aldo Capitini, la nonviolenza diventa pratica di trasformazione e apertura alla partecipazione. Non significa accettare l'ingiustizia, né restare immobili davanti alla sofferenza. Significa cercare forme di azione capaci di opporsi al dominio senza riprodurne la logica, assumendosi la responsabilità di cambiare le condizioni che alimentano l'esclusione e la violenza.

E poi ci sono le donne dell'Arazzo della Pace, che attraverso fili, mani e storie diverse rendono visibile il lavoro della costruzione comune. Ogni filo conserva la propria traccia; è l'intreccio a dare forma alla trama. Non un gesto decorativo, ma una pratica collettiva che richiede tempo, cura e perseveranza.

Nel mese della pace, mentre la Marcia PerugiAssisi e tante altre iniziative riportano l'attenzione sulla guerra e sulla possibilità di un futuro diverso, queste esperienze ci ricordano che non basta invocare la pace. Occorre costruirne le condizioni, contrastare le disuguaglianze, riconoscere le responsabilità e agire nei luoghi in cui viviamo.

Perché riparare non significa tornare semplicemente a ciò che c'era prima. Significa riconoscere le fratture, affrontarne le cause e provare a costruire legami nuovi. Non possiamo promettere che ogni tentativo riuscirà, ma possiamo scegliere di non considerare inevitabile ciò che divide.

Il mondo ha bisogno di pacificatrici e pacificatori: persone capaci di prendere posizione, attraversare i conflitti e mettersi al lavoro.

Essere pacifiste e pacifisti non significa restare a guardare. Significa scegliere, ogni giorno, da che parte stare e quale mondo contribuire a costruire.

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